LA CRISI

“Gli Sciti deridevano coloro che si chiudevano nelle città, dicendo: ‘Essi vivono non da uomini ma da uccelli, appollaiati sui loro nidi; lasciano la terra che li nutrisce e preferiscono sterili città; pongono la loro fiducia in cose inanimate anziché in se stessi’ ”.
. Pietro Patrizio, cronista del III secolo d.C.

Il fatto che si sovraccarichi l’aspetto comportamentale dell’idea di rivoluzione richiama una atteggiamento comune negli anni 70, di cui quello attuale appare come un tardo riflesso, quando di fronte ad una vittoria soltanto parziale del movimento di quegli anni, essa venne interpretata come una sconfitta, sebbene evidentemente non lo fosse, e si volle ricercarne le cause in un difetto di volontà eversiva, giudizio più morale che storico, piuttosto che nei limiti posti al movimento dalle forze storiche dell’epoca. La domanda da porsi non è perché il proletariato ha tradito, da cui tutte le conseguenti conclusioni sulla scomparsa delle classi, del proletariato stesso e quindi della lotta di classe, ma quali forze hanno governato il suo movimento e lo hanno condotto alla situazione attuale, che occorre ugualmente definire.
In sintesi, si tratta di questo, in quanto possibile spiegazione teorica. Le forze produttive introdotte con la II rivoluzione industriale, essenzialmente l’applicazione sistematica della scienza alla produzione (industria chimica ed elettrica), hanno determinato un rapporto di produzione (taylorismo e fordismo, cioè parcellizzazione del lavoro e separazione gerarchica tra direzione ed esecuzione), che ha determinato lo sviluppo di una particolare coscienza antagonista nei produttori, quella dell’operaio massa che esigeva l’autogestione, coscienza che a sua volta impediva l’introduzione di nuove forze produttive (l’informatica). Ciò rese necessaria una ristrutturazione, la cui condizione era una sconfitta politica dell’operaio massa, e di conseguenza l’introduzione delle nuove forze produttive come strumento di sottomissione permanente dei produttori, che nello stesso tempo hanno reso necessario un nuovo rapporto di produzione (flessibilità, professionalità, precarietà) nell’ambito del quale le nuove forze produttive poterono essere introdotte e sviluppate.
La crisi attuale è il prodotto di questa ristrutturazione, che ha determinato un nuovo rapporto di produzione, la professionalità flessibile, imposto attraverso quelle lotte e materializzato nell’applicazione dell’informatica alla produzione. Ciò ha prodotto una nuova figura di proletario, caratterizzato da due aspetti: (1) lavoro indiretto (professionale, in quanto prevalentemente intellettuale), (2) lavoro flessibile (individuo isolato, imprenditore di se stesso). Ciò comporta che si tratti di (1) lavoro altamente specializzato che richiede una riqualificazione permanente e un livello di cooperazione molto stretto (servizi alla produzione, ma anche al consumo), (2) rapporti fortemente competitivi tra individui isolati. Per cui la contraddizione viene percepita come quella tra un lavoro che richiede un elevato grado di comunicazione e quindi di socializzazione nei rapporti interpersonali, cioè di cooperazione, e una attività lavorativa svolta sulla base di una competizione sempre più esasperata. Ciò comporta l’impossibilità per gli individui di realizzarsi in questa società, e il diffondersi sia di comportamenti di critica dell’esistente sia di una lotta di tutti contro tutti, che sembra sfociare in una guerra civile strisciante.
La crisi paventata da tutti è quindi già presente, è insita nella struttura stessa del capitale e se da un lato sembra portare ad una guerra civile planetaria, dall’altra cela in sé i contenuti per un superamento del capitalismo. Di fronte alla crisi la sinistra antagonista si pone con due atteggiamenti diametralmente opposti, che colgono i due aspetti della crisi scindendoli, quindi in modo distorto. O viene compiuta una scelta nichilista, facendosi travolgere nel marasma generale, o si auspica la costruzione immediata di un mondo alternativo, separato da quello del capitale, cioè una fuga nell’utopia.
La prima alternativa è inaccettabile in linea di principio: non essendo un contenuto del comunismo la lotta armata non ha bisogno di essere criticata. E’ solo una scelta pratica che può rivelarsi inevitabile in quanto imposta dagli ultimi sussulti di un mondo ormai agonizzante. Forse è un falso problema, perché, come nel maggio francese, il vecchio mondo si dissolverà un mattino come un incubo notturno. Ma non si può escludere che invece si ponga come un passaggio ineludibile. Sono e saranno sempre le circostanze a decidere. Tuttavia non pone problemi immediati riguardo la realizzazione del comunismo, piuttosto sembra porre in forse la sopravvivenza stessa del movimento comunista. Sembrerebbe la barbarie preconizzata da Marx, come esito possibile di uno scontro dove la classe rivoluzionaria fallisce nel suo compito storico di superare il vecchio mondo, il quale non per questo riesce a salvarsi ma regredisce alla barbarie.
La seconda alternativa appare più accettabile, ma l’utopia come discorso teorico è già stata criticata dalla storia. Da quella del movimento rivoluzionario, con innumerevoli tentativi falliti per dissolvimento o per riassorbimento nell’esistente. Senza risalire agli utopisti classici, da Fourier, a Owen fino a Saint-Simon, è sufficiente considerare gli ultimi tentativi, costituiti dal movimento della cultura alternativa e da quello delle comuni militanti degli anni 70, il primo riassorbito rapidamente come movimento spettacolare, il secondo ancora più effimero. Ma è la storia stessa delle rivoluzioni borghesi, le sole finora vittoriose, a dare la smentita decisiva, poiché dimostrano che la nuova società è già presente, esiste già per l’essenziale non solo come realtà interna a quella vecchia, ma come realtà nuova che l’ha già completamente sostituita, conservando solo le apparenze esteriori dell’ancien règime. Ci si può solo stupire a posteriori di come i contemporanei non ne fossero coscienti e continuassero a seguire pedissequamente pratiche che ci appaiono retrospettivamente come vuoti rituali. Sicuramente sarà così per le generazioni future in rapporto all’epoca attuale. Nella Grande Rivoluzione la borghesia si è già impadronita dell’economia e della cultura, cioè della società civile, e rimane come residuo ultimo solo l’apparenza sovrastrutturale dei rapporti politici, eliminati i quali la nuova società viene alla luce in pochi giorni, con le leggi approvate dall’Assemblea Nazionale. Il resto sarà solo la storia della inutile reazione del vecchio mondo a tale evento. E’ proprio sulla scorta dell’analisi storica a tali eventi che Marx ha criticato l’utopia, sulla base delmaterialismo storico.
Inoltre, considerando la possibilità concreta dell’utopia oggi, occorre rilevare che costruire un mondo parallelo è possibile praticamente solo se esistono spazi fisici e sociali esterni alla società esistente, ciò che era vero fino all’ultima espansione coloniale dell’Europa. Con la fine degli imperi coloniali e la recente nascita di un mercato mondiale sviluppato e del capitale integrato dall’altra, tutti gli spazi liberi sono stati recintati, sia sul piano geografico che su quello sociale. Ma il discorso dell’utopia incontra il suo limite principale nel trascurare quello che è sempre il terreno decisivo per la realizzazione del comunismo, cioè la produzione. Decisivo soprattutto perché la transizione al comunismo non può che cominciare con una occupazione del capitale, ma non di spazi residuali in cui non possono che svilupparsi nuovi ghetti, ma del cuore stesso del capitale, i luoghi della produzione. Il modello storico sono gli eventi più recenti. Il maggio francese, con la sua occupazione generale delle fabbriche, sebbene ad essa non seguisse il necessario passo successivo, il passaggio all’autogestione. Ma anche l’autunno del 69 in Italia, con l’istituzione di un contropotere dei produttori nelle fabbriche. Mentre, come si è già detto, non lo è il contemporaneo movimento della cultura alternativa come anche il movimento oggettivamente nichilista della lotta armata. Perché di tali movimenti i primi sono andati vicini all’obbiettivo, mentre dei secondi uno si è disperso, l’altro è terminato in in un’inarrestabile epidemia di pentimenti e dissociazioni. Quindi la vera alternativa è non la diserzione, seppure di massa, e nemmeno la chiamata alle armi, ma l’occupazione di massa dei luoghi della produzione e l’appropriazione delle condizioni della propria esistenza, cioè delle forze produttive sociali esistenti. Condizione preliminare indispensabile per passare immediatamente all’autogestione, cioè la loro gestione cosciente. Se nei suoi termini generali questa è una esigenza irrinunciabile, la sua realizzazione particolare comprende una vasta gamma di opzioni. Che vanno dall’economia pianificata, finalizzata alla soddisfazione comune dei bisogni comuni che segue criteri di efficienza, alla dissoluzione del tessuto produttivo esistente in unità elementari (comuni autosufficienti) nello spirito di una decrescita e del minimalismo economico. Oppure ogni possibile soluzione intermedia, o altre ancora. Tutto il resto segue. Quindi il problema preliminare ad ogni altro non sono i contenuti del comunismo, ma la riappropriazione del potere decisionale degli individui su se stessi, condizione per le realizzazione di ogni contenuto, anche se la definizione di tali contenuti contribuisce a spingere gli individui alla loro realizzazione.

Torino, marzo 2008
Valerio Bertello