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CAPITALE E FORME POLITICHE
(versione 2.0, titolo precedente: fascismo e neoliberismo )

1. NEOLIBERISMO E SOVRASTRUTTURA POLITICA

Attualmente nelle analisi di fase come nella percezione collettiva non solo è presente la constatazione, abbastanza ovvia, del fatto che nel mondo capitalista si è instaurata una egemonia di posizioni conservatrici o anche reazionarie, ma è pure ricorrente il riferimento ad un ritorno del fascismo. Mentre la prima affermazione è di per sè quasi scontata, la seconda, che viene posta come sua conseguenza, non lo è invece affatto, e va approfondita. Che il capitale alterni fasi di sviluppo in cui mostra un carattere progressivo ad altre in cui si presenta in forme reazionarie, è un fatto più volte rilevato nella sua storia, ma occorre tenere presente che in generale nell’evoluzione di una società ben raramente questa alternanza si verifica come semplice ripetizione. Anzi non si realizza mai come esatta reiterazione di fasi già superate. Ciò era già stato dichiarato da Hegel nel noto aforisma, poi ripreso da Marx nel disegnare la parabola percorsa da Luigi Napoleone, secondo il quale nella storia una stessa grande vicenda si presenta una prima volta come tragedia, la seconda come farsa. Ciò significa semplicemente che in tali ricorsi storici occorre esaminare accuratamente le condizioni materiali che sono alla loro base e individuare sulla loro scorta non solo le analogie ma anche le differenze, talvolta oscurate dalle prime, dato che i fantasmi del passato “pesano come un incubo sulle le menti dei viventi”, e impediscono loro di prendere coscienza di quanto stanno storicamente realizzando.

La periodizzazione marxiana riconosce nello sviluppo del modo di produzione capitalistico due momenti: il dominio formale e il dominio reale. Il primo, che corrisponde al sorgere della manifattura, vede il capitale impadronirsi del processo produttivo, ereditato dalla produzione artigianale, senza modificarlo, e lo sfruttamento del lavoro è ottenuto mediante il prolungamento della giornata lavorativa (plusvalore assoluto). Sulla produzione manifatturiera si fonda la sovrastruttura politica che fa da cornice a tale processo, la monarchia assoluta mercantilista. Nel secondo momento, che coincide con la prima rivoluzione industriale, il capitale trasforma il processo produttivo secondo le sue esigenze, introducendo le macchine e incrementando la divisione del lavoro, in modo che lo sfruttamento del lavoro è ottenuto mediante la sua intensificazione (plusvalore relativo). La forma politica corrispondente è quella dello stato liberale.
La storia successiva mostra che il capitale ha operato altre trasformazioni nel tessuto produttivo e sociale, per cui ora è possibile riconoscere nell’ambito del dominio reale ulteriori fasi di sviluppo del capitale. Nel contesto del dominio reale si è verificata un’altra trasformazione, una seconda fase che corrisponde alla seconda rivoluzione industriale, caratterizzata da una parte dall’aver toccato il limite estremo della divisione del lavoro (taylorismo) e dalla conseguente separazione radicale del lavoro esecutivo da quello direttivo. Mentre dall’altra la necessità di stabilizzare gli squilibri del sistema induce il capitale a organizzare la circolazione di merci e denaro come momento essenziale del ciclo, in quanto qui ha luogo l’assorbimento della produzione, cioè la metamorfosi del capitale produttivo in capitale monetario e la riproduzione della forza lavoro, intervento che vede la nascita dello stato sociale e del consumismo. Una terza fase è quella che viviamo attualmente, quella della rivoluzione informatica.
La prima fase del dominio reale, che corrisponde alla prima rivoluzione industriale, ha avuto come come forma politica la democrazia rappresentativa e come sfondo ideologico il liberismo. La seconda e la terza fase del dominio reale si possono caratterizzare dal punto di vista sovrastrutturale a partire da quel complesso di elementi sociali che vengono comunemente associati all’idea di fascismo e di neoliberismo. La prima fase, poiché rappresenta la base economica del trionfo della borghesia sulla società feudale, ha carattere progressivo e così anche le sue forme politiche e ideologiche. Gli sviluppi successivi consolidano la rivoluzione borghese ma ne rivelano anche il limitato carattere di classe. Quindi perdono il carattere progressivo e per realizzarsi devono contraddire sempre più la superficie sovrastrutturale del dominio borghese, cioè il suo carattere democratico.
Infatti, per quanto concerne il fascismo storico esso può essere definito come la mobilitazione della classe media, attuata da una borghesia in allarme, contro il proletariato. La causa contingente di tale scelta strategica è stata per la borghesia il pericolo di contagio susseguente alla rivoluzione russa, ma quella più profonda derivava dalla necessità, questa strutturale e conseguente al passaggio al taylorismo, di disciplinare il proletariato, che determinava la trasformazione dell’operaio di mestiere in operaio generico. Lo stato liberale, che accettava il conflitto di classe ed in quanto stato apertamente classista si assumeva direttamente i compiti repressivi, diviene corporativo, cioè fondato su una collaborazione di classe imposta autoritariamente, stato che così può collocarsi formalmente al di sopra delle classi, come stato etico. Di conseguenza lascia la repressione alle milizie di partito, che però hanno mano libera solo in quanto strumento per la presa del potere, dopo di che devono accettare di subordinarsi allo stato. Tale sviluppo viene presentato come una riconciliazione di classe, che maschera uno scambio politico in cui contestualmente alla messa in mora della lotta di classe viene istituito lo stato sociale, cioè sono riconosciuti i diritti del cittadino in quanto lavoratore.
Nella attuale società neoliberista la classe media scompare, in quanto. l’impiegato, il tecnico, il professionista non si distinguono più dal proletario, per cui il disciplinamento di questa classe totale deve essere affidato direttamente allo stato. Ma esso non deve perdere la sua apparenza di neutralità, quindi può assumersi tale compito solo operando una scissione tra apparenza e realtà. Infatti nella fase taylorista il capitale assume alternativamente due forme apparentamente contrapposte: lo stato democratico e quello autoritario, o fascista. Il primo quale incarnazione della grande borghesia, il secondo della piccola borghesia. Ora, non potendo più appoggiarsi alla classe media lo stato deve assumere tutti e due i ruoli: deve apparire democratico rimanedo nella sostanza autoritario. Quindi, mentre in passato poteva alternare secondo la necessità le due forme, attualmente lo stato, quindi la grande borghesia, deve agire autoritariamente salvando la forma democratica. E’ il regime della democrazia autoritaria.

Tale fenomeno si produce in ogni settore dell’attività sociale.
- PRODUZIONE. Il disciplinamento appare come regolazione del conflitto, questa ottenuta mediante una limitazione del diritto di sciopero che ne vanifica l’efficacia come strumento di pressione. Precedentemente gli scioperi potevano durare mesi, mentre ora si arriva a parlare di sciopero virtuale, trasformando tale essenziale strumento di lotta, l’unico che sfida lo stato di diritto, in atto simbolico. Ciò porta alla ritualizzazione di tutte le altre forme di opposizione e in definitiva del conflitto stesso. Così come la trasformazione del sindacato in istituzione porta all’istituzionalizzazione delle altre organizzazioni del proletariato, anche quelle politiche. Questa involuzione determina la precarizzazazione della forza lavoro e la figura dell’operaio e impiegato generico è trasformata in quella dell’operatore professionale.
- MERCATO E FINANZA. Il capitale monopolistico si presenta come il suo contrario, come capitale liberista. L’ideologia del libero mercato nasconde una realtà economica dove ogni settore produttivo è dominato da poche multinazionali oligopolistiche che costituiscono cartelli fissando arbitrariamente i prezzi. Così è anche nel mercato finanziario, dove pochi grandi gruppi ottengono enormi guadagni con operazioni speculative su monete, titoli, materie prime, immobili, acquisizioni. Essi operano su mercati deregolamentati, cioè mercati dove sono consentite manovre in passato considerate illecite, mentre il capitale finanziario conduce le sue manovre predatorie praticamente senza rischio. Infatti in caso di crisi gli stati sono sempre pronti ad intervenire per tamponare le falle con crediti illimitati e senza richiedere garanzie, in quanto è lo stato stesso, sempre pronto ad intervenire, la garanzia di ultima istanza di tutto il sistema finanziario.
- POLITICA. Il partito unico appare come pluralismo, nella forma della falsa alternanza di pochi, al limite due o tre, partiti che si avvicendano nella attuazione di un medesimo programma politico, quello della gestione di quello che chiamano “ordine costituzionale”.
- RAPPORTI SOCIALI. La cancellazione dei diritti del lavoratore appare come trionfo dei diritti del cittadino in quanto utente o consumatore, diritti che si moltiplicano a dismisura: alla “privacy”, alla mobilità, al consenso informato, all’informazione e mille altri. Attraverso la trasformazione dello stato sociale in stato assistenziale i diritti del lavoro in parte divengono diritti del cittadino, da tutelarsi mediante azione legale (cause collettive), portate avanti dalle associazioni dei consumatori, che sostituiscono sempre più i sindacati dei lavoratori come forma di tutela, mentre i diritti residuali sono trasformati in assistenza.
In questo inedito quadro sociale l’individuo in difficoltà viene visto come anomalia, da trattare con strumenti specifici: cure mediche, assistenti sociali, sussidi, strutture di recupero (TSO, Ser.T, comunità, tutele), dove la finalità è quella di salvaguardare non la persona ma la società da una potenziale pericolosità sociale. Più in generale da una parte si ha una ospedalizzazione del disagio sociale, dall’altra si giunge alla sua criminalizzazione, considerandolo un problema di ordine pubblico. Disoccupati, senzatetto, tossicodipendenti, immigrati sono usati come capro espiatorio e presunta minaccia sociale al fine di accentuare il frazionamento sociale.
- REPRESSIONE. La criminalizzazione del disagio trapassa insensibilmente nella criminalizzazione dell’opposizione politica. La sua repressione ha luogo limitandone le forme “a tutela dell’ordine pubblico” e, quando queste vengono infrante, sanzionandola con l’applicazione di capi d’imputazione che comportano pene detentive e pecuniarie esorbitanti, giungendo sempre più spesso alla sua equiparazione al terrorismo. Il principio secondo il quale lo stato deve disporre del monopolio della violenza conosce una applicazione illimitata, per cui la violenza dello stato è sempre legittima, mentre quando appare nella forma di opposizione sociale diviene oggetto di esecrazione. Questo accade soprattutto in occasione di manifestazioni pubbliche dove la forza viene usata indiscriminatamente, insieme a tecnologie antisommossa sofisticate, derivate da quelle belliche (gas nervini, ma ora si parla di raggi urticanti), ed anche ripresa a scopo intimidatorio dei partecipanti mediante cinecamere. Se le forze di polizia non sono sufficienti si fa ricorso da una parte all’esercito e dall’altra alle ronde di volontari. Inoltre si ha una estensione del controllo preventivo mediante disseminazione di telecamere in tutto il tessuto urbano. Ciò si ripete per i singoli individui: ampio uso di tecnologie informatiche per il controllo (microspie, intercettazioni telefoniche, registrazioni e banche dati), insieme a tecniche di interrogatorio “a bassa soglia”.
- RELIGIONE. Il ritorno sulla scena del potere delle gerarchie religiose appare come affermazione della libertà religiosa. Tale restaurazione del potere ecclesiastico costituisce un recupero da parte del capitale del rapporto di reciproco sostegno con l’autorità religiosa, cui corrisponde una intromissione delle gerarchie ecclesiastiche nella politica, come messaggio messianico nel caso dei teocon negli Stati Uniti, come abbandono del laicismo liberale da parte della politica in Europa.
- GUERRA. La guerra imperialista appare come intervento “umanitario” o “pacificatore”. Non è più guerra di singoli stati ma intervento di coalizioni con copertura di organismi internazionali (ONU, NATO). Quindi la guerra appare sempre più come una operazione di polizia internazionale. Contestualmente si riproduce a livello internazionale la stessa fenomenologia dello stato di polizia: criminalizzazione degli stati che resistono a tali interventi, uso di apparati di ascolto tipo Echelon, uso conclamato di torture “a bassa intensità” e di tecnologie belliche proibite.
- RAPPORTI INTERNAZIONALI. Particolare rilievo hanno, nella questione del rapporto tra democrazia e totalitarismo nel capitalismo, le modalità secondo le quali vengono gestite le relazioni internazionali. Negli Stati Uniti il paradigma politico della democrazia autoritaria viene applicato anche nella politica estera, costituendo la forma peculiare dell’imperialismo americano, in questo imitato da tutti i subimperialismi attuali. Gli USA, salvo che nel particolare periodo di T. Roosvelt, in occasione della guerra del 1898 con la Spagna e l’occupazione delle isole Filippine, non ha mai usato le pratiche e il linguaggio del colonialismo classico, di matrice sostanzialmente europea, quello dell’esaltazione del compito storico di esportare la civiltà alle nazioni arretrate, del “fardello dell’uomo bianco”, cioè tutta la retorica della missione civilizzatrice, etc. Pur essendo lo stato più espansionista di tutta l’epoca borghese l’America ha sempre evitato le forme dirette di dominio, ed ha usato un linguaggio dal quale sono accuratamente espunti i termini più compromettenti, in primo luogo la parola “impero”, pur essendo ora pervenuta a costituire il primo impero planetario della storia. I termini in cui vengono presentate le guerre, le speculazioni finanziarie, il dominio politico, militare ed economico dell’America sono costantemente quelli di una missione a difesa della libertà e della democrazia contro tutti i totalitarismi. Ciò sia nel corso delle due guerre mondiali che nella guerra fredda, ma anche nella liquidazione, posteriore alla seconda, del colonialismo europeo, per prenderne il posto. Ciò ha permesso agli Stati Uniti, di instaurare un impero mondiale fondato sul dominio militare (più di ottocento basi e installazioni militari di vario tipo dislocate in tutto il mondo) ed economico (imposizione del dollaro come unica moneta di scambio e di riserva internazionali, ruolo che non viene messo in discussione nemmeno nell’attuale crisi finanziaria).
In questi rapporti internazionali l’imperialismo unico esistente (perché l’unico di dimensioni planetarie) lascia uno spazio accuratamente delimitato ad altri subimperialismi da esso strettamente dipendenti. In tal modo l’imperialismo Usa può presentarsi come “comunità internazionale”, garante dei diritti degli stati, che sotto la direzione Usa si è arrogata il diritto di intervenire in qualsiasi stato che non accetti i principi formali della democrazia e del libero mercato, anche se questo significa cadere sotto il dominio delle multinazionali e del capitalismo mondiale.

2. L’ORIGINE

Che il modello della democrazia autoritaria venga applicato universalmente nella politica internazionale è un fatto particolarmante rivelatore. Infatti questo modo di gestione dei rapporti internazionali nasce negli Stati Uniti ed è successivamente imitato dalle altre grandi potenze. Ma lo stesso si può dire per l’applicazione di tale paradigma ai rapporti fra le classi. Questo modo di governare le transizioni del capitalismo, questa commistione contradditoria di democrazia ed autoritarismo, praticate in Europa separatamente ed alternativamente, e negli Stati Uniti sempre insieme, cioè come democrazia autoritaria, nasce e si sviluppa precocemente negli Stati Uniti, dove conosce la sua maggiore sofisticazione e il suo trionfo, in una forma che progressivamente viene fatta propria dagli altri paesi capitalisti. Su tale questione occorre notare come lo stuolo di corrispondenti dell’informazione di massa attivi negli Usa producano per lo più solo un coro di lodi per il sistema politico americano, salvo poi parlare di tutto tranne che del sistema stesso, che è del tutto differente dalle analoghe istituzioni europee e il cui funzionamento pratico (il diavolo si nasconde, come sempre, nei particolari) getta molti dubbi sulla sua effettiva democraticità. Quindi reperire dati su tale realtà presenta notevoli difficoltà, essendo questi disponibili solo in ambiti specialistici, naturalmente qui in forma edulcorata e apparentemente “neutrale”. Tuttavia, in buona sostanza, si può affermare che il sistema politico attuale, che si può qualificare, nonostante la contraddizione in termini, come democrazia autoritaria, ha la sua origine e il suo modello nel corrispondente sistema politico americano.

Il Nuovo Mondo si presenta come un mondo contradditorio. Da una parte appare realmente nuovo, in quanto mostra caratteristiche peculiari che lo rendono effettivamente differente dal Vecchio Mondo, cioè dalla Vecchia Europa. Basti pensare all’individualismo sul piano economico, al federalismo sul piano politico, al pragmatismo filosofico, al pluralismo religioso, etc. il tutto condensato in una formula fortemente identitaria: l’ “american way of life”. Dall’altro lato, essendo il Nuovo Mondo uno sviluppo particolare di quello europeo, esso non può dirsi essenzialmente diverso, anche se nasce da una guerra di indipendenza che prende il nome di Rivoluzione Americana. Anzi, agli occhi degli europei l’America appare essenzialmente come una estensione dell’Europa stessa e viene giudicata con lo stesso metro.
Questo modo di giudizio vale in particolare per gli Stati Uniti, che significativamente si riferiscono a sé stessi come all’ “America”, ponendo la parte come il tutto. Però essa, avendo sorpassato l’Europa come sviluppo economico, sfugge a tali categorie “europee”, per cui sovente viene vista come il futuro di un Vecchio Mondo attardato sul cammino della storia dal peso di un passato che è costretto a trascinarsi dietro. Questo giudizio sull’ “America” è in parte certamente vero, ma contraddice la presenza in essa di manifesti arcaismi, soprattutto in quella che è la vera “America”, lo sterminato Middle West, infinitamente lontano dalle due coste, superficialmente moderne e dinamiche, che rappresentano l’ “America” così come si mostra agli occhi del mondo, ma che non è quella reale, né la rappresenta. Sui caratteri peculiari della vera “America”, che la rendono differente dall’Europa basti richiamare l’attenzione su alcuni dati: i caratteri di guerra sociale nei rapporti fra le classi (per quel che si sa, uso fino a tempi relativamente recenti di squadre armate, i “Pinkerton” ed elementi della malavita, e pratiche di spionaggio e provocazione nei sindacati, da parte dei padroni per disperdere picchetti e reprimere gli scioperi); il basso grado di sindacalizzazione (13,5% della forza lavoro nel 2000); il tasso di detenuti nelle carceri, dieci volte più elevato che in Europa; non ultimi gli arcaismi politici, che producono da una parte un alto astensionismo nelle elezioni, dall’altra una delega virtualmente illimitata al corpo politico (il diritto di voto è subordinato alla richiesta di registrazione, il presidente ha poteri quasi monarchici); inoltre gli arcaismi religiosi (il pluralismo religioso e il tono fanatico dei discorsi che circola in molte di tali chiese, che ricorda le guerre di religione in cui molte confessioni sono nate); un razzismo sanguinario (eliminazione cruenta dei “Black Panthers”).
Sul piano politico questa contrasto tra arcaismo e modernità si esprime come opposizione tra un manifesto autoritarismo e il culto della sua base materiale, cioè della forza, da una parte, e una superficiale democrazia, e lo sviluppo del suo fondamento, cioè dell’economia, dall’altra. Quindi l’enigma americano è sotteso a questa apparenza dualistica del sistema politico: da un lato un arcaico autoritarismo, dall’altro una moderna democrazia. Tale opposizione si riscontra anche nell’America Latina, sebbene in termini diversi. Qui chiaramente ha prevalso l’elemento arcaico, essendo quello che ha costantemente predominato nel corso della sua storia coloniale, nella forma di una lunga sopravvivenza della società feudale. Sorte questa non disgiunta dalla storia del Nordamerica, nel corso della quale gli Stati Uniti, per primi giunti all’indipendenza, hanno sempre frenato lo sviluppo dell’America Latina. Vale per essa quello che i messicani dicono del loro paese “troppo vicino agli ‘yanquis’, troppo lontano da Dio“, che in seguito alla guerra del Texas del 1846-48 contro il potente vicino ne uscì con il territorio dimezzato.
L’arcaismo che caratterizza tutta l’America, quella latina come quella anglosassone, si può far risalire, da una parte, al rapporto con un ambiente geografico e culturale arcaico, quando non ancestrale, all’epoca della colonizzazione, il cui carattere emblematico è l’economia della piantagione e lo schiavismo. Dall’altra ha influito il carattere tipicamente conservatore che si osserva in generale in ogni ambiente di immigrazione, (specialmente se coloniale), che tende ha conservare immutati cultura, costumi e linguaggio originari, mentre la metropoli si evolve. Ma è altrettanto indiscutibile che al contempo, per taluni aspetti, tali società evolvano assai rapidamente, ciò che è in quanto sono caratterizzate dalla debolezza o dall’assenza di quelle obsolete strutture sociali che fanno da freno ad ogni sviluppo politico e culturale, non esportabili dalla metropoli, strutture la cui distruzione è la condizione di ogni ulteriore sviluppo. Infatti negli Stati Uniti, contradditoriamente, i principi del liberalismo classico hanno potuto svilupparsi in forma pressochè pura e in misura superiore alla stessa Gran Bretagna, ciò che non ha potuto verificarsi in America Latina, dove sopravvivevano potenti forme sociali feudali. Ma al contempo troviamo, ad esempio, un sindacalismo fortemente corporativo, organizzato per aziende e per mestieri.
La conseguenza più sorprendente di tale evoluzione sta nel carattere autoritario della democrazia negli Stati Uniti, che ne fa il brodo di coltura ideale per il fascismo. Infatti ciò che distingue il fascismo sono due elementi: l’essere uno strumento politico che il capitalismo è sempre pronto a mettere in opera quando si presenta una crisi; di essere inoltre un aggregato solo apparentemente contradditorio di contenuti progressisti e reazionari (ad esempio, lo stato sociale esiste insieme ad un regime di dittatura personale). Ma questi sono esattamente i caratteri delle colonie di popolamento, in particolare dell’America: instabilità sociale con forti contrasti etnici ed economici, che determinano estreme disugualianze (schiavismo e razzismo) e rivolte a sfondo economico ma anche etnico; ed insieme, una società costituita da un magma di elementi contradditori, cioè una commistione di elementi arcaici e spinte ad un progresso accelerato.
Per questo gli Stati Uniti si trovano all’avanguardia anche sul terreno delle forme politiche del capitalismo, soprattutto per quelle relative ai tempi di crisi. Come questo carattere sovrastrutturale del sistema politico capitalistico attuale si leghi alla successione di fasi di sviluppo del capitale, è un discorso che qui può essere solo accennato.
Gli Stati Uniti hanno potuto sperimentare a lungo nel corso della loro storia questa specifica forma politica, sviluppandola nella sua versione più efficace, quella della democrazia autoritaria. Essa è stata preceduta da forme meno evolute, che corrispondono la fascismo europeo, rappresentate dalla democrazia diretta popolare della Frontiera, avente come base sociale una classe di piccoli proprietari agricoli ed artigiani, società in realtà fortemente conflittuale e classista dove valeva la legge del più forte. Ad essa segue la democrazia del New Deal, la forma originaria della democrazia autoritaria americana, cui corrisponde in Europa il nazismo, quale forma più compiuta del fascismo (infatti è proprio a quell’epoca che viene cancellato l’IWW, cioè il sindacalismo rivoluzionario, con veri e propri massacri dei suoi esponenti). Ma la democrazia autoritaria è più evoluta del fascismo, e anticipa quella che è attualmente la forma politica più adatta al neoliberismo e alla terza rivoluzione industriale. Tale evoluzione più rapida ed anticipatrice è favorita negli Usa dallo sviluppo economico più avanzato, che ha trasformato il lavoro salariato in una estesa classe media, che assomma i caratteri della classe media tradizionale e del proletariato evoluto, costituendo quindi il proletariato moderno. Quindi già nel corso della seconda rivoluzione industriale gli Stati Uniti anticipano quella che sarà la forma politica della terza, la democrazia autoritaria. Per questo, poiché ai giorni nostri diviene necessarrio un fascismo più moderno, la democrazia autoritaria americana diviene il modello seguito universalmente, in Europa come nei paesi in via di sviluppo, in un mondo unificato dallo sviluppo di un mercato mondiale. Dal punto di vista culturale il modello è quello che insieme a quello politico l’ “America” ha sviluppato nel corso di tutta la sua storia: l’ “american way of life”, un equilibrio tanto perfetto quanto mistificatorio di individualismo e socialità, pur nella loro contradditorietà.

3. CONCLUSIONI

Al di là di quelle che sono le sue origini storiche e la sua successiva evoluzione il neoliberismo, con la democrazia autoritaria come sua forma politica, presenta evidenti analogie con il fascismo storico, pur essendone profondamente diverso. Lo si può chiamare per questo fascismo moderno. Il legame più stretto tra i due sta nel fatto che, come quello storico, il fascismo moderno è sintomo di una transizione storica del capitale, il passaggio dalla rivoluzione taylorista a quella informatica. Essendo il fascismo, inteso come totalitarismo, il modo della borghesia di governare le crisi di transizione, da ciò le chiare analogie storiche. Infatti, come l’involuzione della rivoluzione russa determinò la vittoria del fascismo in tutto il mondo, così la sconfitta degli anni 70 ha prodotto la nascita del neoliberismo e la sua affermazione. Per cui può sembrare che il fascismo moderno abbia realizzato il programma del fascismo storico. Ma si tratta di due forme di fascismo essenzialmente diverse, in quanto l’esigenza di quello moderno è di apparire come la realizzazione completa della democrazia. Cioè la sua specificità sta nella profonda compenetrazione tra questi due aspetti contradditori, ciò che costituisce la sua debolezza, nonostante il suo apparente successo.
Ma non bisogna nemmeno identificare la democrazia autoritaria con il populismo, che si caratterizza per il legame che si stabilisce tra il popolo e un autocrate, dove il popolo è il proletariato in un momento di completa identificazione con la classe dominante, ciò che è sempre possibile in quanto normalmente “Le idee della classe dominante sono in ogni epoca le idee della classe dominante” (Marx). Quindi può crearsi questa unione mistica dei dominati che si identificano con il dominio. In effetti sia il fascismo storico che il nazismo salirono al potere utilizzando le istituzioni dello stato liberale, cioè per via elettorale. Ma poi le abolirono e comunque il fascismo storico ha la forma di una dittatura personale. Invece la democrazia autoritaria conserva come un involucro esterno mimetico tali istituzioni, e non genera personalità carismatiche. Bensì ne produce costantemente di nuove mentre consuma rapidamente quelle esistenti. Non può fare altrimenti perché deve conservare le apparenze e i riti della democrazia rappresentativa.
Pertanto il fascismo contemporaneo non rappresenta un ritorno al passato, ma costituisce una forma politica del capitalismo a sé stante, storicamente determinata dalla attuale fase incipiente della terza rivoluzione industriale. Ma come tutte queste forme di transizione non può rappresentare una forma politica duratura, essendo incompatibile con il processo economico del capitale. Ma il declinio storico del capitale, minato da una socializzazione crescente della produzione (mercato mondiale e divisione del lavoro) che si scontra con la privatizzazione del prodotto, rende sempre più difficile abbandonare tali forme sovrastrutturali, che divengono un ostacolo che paralizza il misura crescente lo sviluppo del capitale. Quindi per il proletariato tale fase porta ad un arretramento, ma si tratta ovviamente di un arretramento momentaneo. La vittoria del capitale prepara sempre la sua prossima crisi. E avvicina quella finale.

Valerio Bertello
Torino, 28 aprile 2009